
IL CAMPO DI
CONCENTRAMENTO DI URBISAGLIA
Dr. Paul POLLAK
Consigliere Aulico Effettivo, Medico Capo della Direzione di Polizia
di Vienna
Archivio "CENTRO Dl
DOCUMENTAZIONE EBRAICA CONTEMPORANEA", FONDO ISRAEL KALK, b, III, IV, 1, 3. - MILANO

Il campo di
concentramento di Urbisaglia era sito in un padiglione di caccia della Villa Bandini, che
si trova sulla strada locale, a circa 1 Km. dal paese di Urbisaglia, e che già nella
guerra del 1915 -18 era stata adibita a dimora di prigionieri di guerra tedeschi ed
austriaci.
Gli internati abitavano tre piani; al piano terreno c'erano due saloni, al primo piano
diversi grandi locali, capaci di ospitare fino a 16 persone e al secondo e terzo piano,
che erano originariamente alloggi per la servitù, si trovavano delle camerette, dove
abitavano solo da due a cinque persone. In complesso, la Direzione ha sempre permesso che
si formassero gruppi e che gli internati fossero alloggiati assieme ao loro amici. Un bel
parco, ben curato, posto davanti alla casa, faceva la gioia degli internati, che vi
potevano passeggiare, riposarsi o lavorare, e conteneva perfino un campo per il gioco
delle bocce. Il clima era il migliore che si potesse desiderare. In estate era
obbligatorio il riposo dopo il pranzo e si potevano chiudere le imposte per oscurare le
stanze; d'inverno si ebbe, nei limiti del possibile, anche il riscaldamento: i locali di
soggiorno e l'infermeria erano discretamente calde, ed anche in altre stanze si potevano
accendere i camini; nella stagione fredda venivano distribuite fino a tre coperte, in modo
che nessuno soffrì il freddo.
Il numero d'internati si aggirava sempre sul centinaio; la composizione del campo non
fu mai omogenea. Alla fine del luglio 1940 giunse al campo da Milano, un gruppo d'una
sessantina di emigranti ebrei, e trovò già lì circa 50 ebrei italiani. In quell'epoca,
salvo due o tre eccezioni, tutti gli ospiti del campo erano ebrei. Gli ebrei italiani,
nella stragrande maggioranza, furono rilasciati già dopo poche settimane. Nel 1941 la
popolazione aumentò per l'arrivo di un gruppo di cristiani sloveni della zona di Gorizia,
che furono anch'essi liberati dopo alcune settimane. Nel 1942 oltre ad ebrei, giunse un
forte numero di Sloveni della regione di Lubiana e di Dalmati, che rimasero fino allo
scioglimento del campo, e formavano circa la metà del numero totale degli internati.
Mentre presso gli Slavi c'erano elementi di tutte le età dai 17 ai 60 anni, la
maggioranza degli ebrei era di età matura, e solo pochissimi avevano una ventina d'anni.
Oltre agli ebrei italiani, i più erano emigranti viennesi, di grandi città tedesche,
specialmente Berlino. C'erano inoltre apolidi dei paesi baltici, di Romania e di Polonia.
Per un certo periodo furono internati anche alcuni ariani polacchi, un indù ed un negro
sudamericano. Gli ebrei italiani erano, per lo più, professionisti, come avvocati,
medici, un notaio e contabili. Gli emigranti erano in gran parte commercianti e
industriali; solo pochi esercitavano una professione libera. Non c'erano obiezioni da fare
alle condizioni igieniche della sistemazione e nel 1940 il vitto era sufficiente; negli
anni seguenti invece non soddisfaceva, né come quantità, né come qualità. Non c'è
dubbio però, che di ciò non si può dare la colpa alla Direzione del campo, ma al
razionamento insufficiente ed al fatto che il sussidio in danaro fissato in origine dallo
Stato per il vitto degli internati non era stato adeguato al rincaro generale che era
subentrato in quegli anni. Si risentiva molto anche del fatto che il modo di cucinare i
cibi non rispondeva ai gusti degli ebrei stranieri. Questo difetto era attenuato dalla
possibilità di preparare da sé dei pasti supplementari, visto che la popolazione, in
modo veramente commovente, al di fuori delle limitazioni del razionamento, forniva viveri
agli internati. Era possibile fare acquisti ad Urbisaglia ed al capoluogo di provincia,
Macerata, e si creò fra gli internati un specie di coopera- tiva, nel senso che quelli
che avevano un permesso di libera uscita si occupavano dell'approvvigionamento per un
gruppo di amici. Per internati provvisti di mezzi, l'appaltatore disponeva di un menù
assai ricco, cosa che ebbe però un effetto molto impopolare.
Per ciò che riguarda il servizio medico, nelle prime settimane ne fu incaricato il
medico condotto di Urbisaglia, ma questo si dimostrò insufficiente, tanto che io,
privatamente, istituii un servizio sanitario di fortuna che ottenne poi il riconoscimento
delle autorità, con un decreto del Ministero degli Interni che mi autorizzava ad
esercitare la medicina, assegnando anche un piccolo stipendio mensile. Nei miei confronti
il contegno delle autorità fu eccellente. Mai fu respinta una qualsiasi mia prescrizione
in campo medico; io potevo lasciare il campo a tutte le ore per recarmi in farmacia o per
visitare anche ammalati fra la popolazione. Nei casi più gravi il Questore inviava la sua
auto personale per trasportare l'ammalato all'Ospedale. Godevo pure della massima
considerazione da parte del Medico Provinciale, che non prese mai il minimo provvedimento,
specialmente su richieste di liberazione o d'internamento in "confino libero"
senza consultarmi. Così egli dimostrò un commovente senso di umanità ed un gran
desiderio di venire in aiuto. Nessun uomo, che volesse essere "internato
libero", ebbe mai difficoltà da parte di questo Medico. La camera migliore e più
bella era stata adibita ad infermeria ed un ammalato vi poteva abitare finché io lo
ritenevo opportuno. Ogni giorno consegnavo un rapporto medico; chi vi era segnato era
dispensato dall'appello: bastava persino, all'appello serale, che io rispondessi "a
letto" al nome di qualcuno che aveva voluto andare a dormire più presto del solito.
Potevo sempre acquistare, a spese della Questura, ogni medicinale nella farmacia di
Macerata.
Lo stato di salute degli internati era relativamente buono; durante più di tre anni
non vi fu nessuna malattia seria e nessun caso d'infezioni nel campo, ed era desiderio
della Questura che, al minimo sintomo allarmante, si provvedesse al ricovero in ospedale
degli ammalati. E' da notarsi quello che mi disse una volta un Ispettore generale:
"In un campo italiano bisogna che nessuno si riduca in fin di vita: sarebbe una
vergogna per l'Italia, se qualcuno morisse in un campo di concentramento". Comunque,
come conseguenza del vitto insufficiente, gli internati ebbero delle fortissime
diminuzioni di peso ed a volte anche malattie dovute a denutrizione.
Sul vestiario non c'è molto da dire. Per molti il guardaroba era assai sciupato, dopo
anni d'internamento. Nel gruppo viennese c'era un sarto dotato d'un vero genio nel
rimettere a nuovo gli abiti.
Il campo era posto sotto la direzione d'un funzionario di P.S., che aveva alle sue
dipendenze due agenti di P.S.. La sorveglianza era affidata ai Carabinieri. Tre volte al
giorno c'era l'appello, che aveva luogo regolarmente, ma senza un eccessivo rigore.
A me era affidato l'incarico di CENSURA POSTALE in tutte le lingue, salvo l'italiano.
Gli internati avevano diritto di spedire ogni settimana una lettera ed una cartolina, ed
anche il numero delle righe, in teoria, era limitato. Questa disposizione non fu però mai
osservata: bastava una richiesta a voce al Direttore per ottenere sempre il permesso di
scrivere di più. In tutto il tempo non ci fu mai il minimo incidente per la censura.
Nei casi di malattia di familiari degli internati, assai sovente il Ministero concedeva
permessi, che quasi sempre erano notevolmente prorogati. Le mogli e gli altri parenti
degli internati ricevevano regolarmente dal Ministero il permesso per una visita al Campo.
Quasi tutti i Direttori di questo Campo, dimostrarono una nobile generosità, permettendo
lunghe proroghe alle visite. L'internato poteva portare con sé la moglie a pranzo, aveva
diritto di abitare nel villaggio d'Urbisaglia con la sua visitatrice e poteva uscire senza
scorta.
Le richieste di trasferimento ad altri campi per motivi familiari furono sempre
accolte. Una sola volta un internato fu trasferito a Ferramonti per motivi disciplinari ed
a questo caso egli deve la possibilità di aver salvato la vita, visto che per questo egli
poté sfuggire alla deportazione ad Auschwitz.
Non furono mai inflitte delle vere e proprie punizioni; non ce n'era il motivo! Nei
casi di piccole infrazioni alla disciplina ci si limitava a punizioni simboliche, come la
consegna nella propria camera. Una volta, un Commissario meridionale punì un ebreo romano
per ubriachezza privandolo della cena, ma dopo alcune ore gli mandò la sua propria cena.
Fra gli ebrei internati non si verificò mai nessun caso di criminalità.
La vita nel campo di concentramento fu una valida prova della solidarietà dei 'cuori
ebraici'. Già all'arrivo del gruppo di profughi da Milano, questi furono accolti
cameratescamente dagli ebrei italiani già internati con una buona cena. A noi tutti è
sempre rimasto il piacevole ricordo di quanto questo abbia operato beneficamente e in modo
rianimante sui nuovi arrivati, stanchi e depressi, e che in gran parte avevano già
provato gli orrori d'un campo tedesco, e potevano così rendersi conto subito che i campi
di concentramento italiani non avevano di comune con quelli tedeschi altro che il nome.
Visto che gli ebrei profughi erano, quasi senza eccezioni, bisognosi, e che fra gli ebrei
italiani ce n'erano molti in buone condizioni economiche, questi ultimi for- marono subito
un Comitato d'assistenza. A Raffaele Cantoni di Milano ed all'avv. Carlo Alberto Viterbo
di Roma, vorrei, con queste poche e semplici righe, esprimere i sensi della mia più viva
riconoscenza anche e soprattutto a nome dei molti deportati che non possono più
ringraziare, per la solidarietà ebraica e d'amore del prossimo, da loro sempre mostrati.
Il Comitato, che si procurava i mezzi con contribuzioni volontarie dei suoi componenti,
distribuiva un regolare sussidio mensile a tutti i bisognosi e, in casi straordinari,
poneva a disposizione degli indigenti mezzi abbastanza cospicui: per esempio, esso rese
possibile i viaggi a Macerata, quando, su mia proposta, gli internati furono inviati colà
in turni regolari, allo stabilimento di bagni o per la regolare assistenza odontoiatrica.
In quest'occasione, vorrei esprimere la mia gratitudine anche ad uno dei migliori uomini
che io abbia mai incontrato: all'avv. Leone Del Vecchio. Dopo essere stato liberato, egli
soleva inviarmi ogni mese una somma notevole per poter comprare tutti i medicinali
necessari e poter aiutare discretamente molti bisognosi. Il suo nome, che per suo
desiderio non era mai stato fatto, divenne pure, contro la sua volontà, un concetto nel
campo. Il menzionato Comitato d'assistenza ha fatto molto, liberando gli internati di
tutti i piccoli fastidi quotidiani, derivanti dall'esiguità del sussidio statale, ed ha
contribuito ad elevare notevolmente il tenore di vita, di modo che nessun internato fu mai
veramente nella miseria. Ad onore dei compagni italiani, bisogna mettere in evidenza il
fatto che quasi ognuno dopo essere stato dimesso dal campo continuò ad inviare ogni mese
una somma.
Da un lato per il bisogno, d'altra anche perché ad ogni persona di senso fu presto
chiaro che non ci può essere in un campo nulla di più dannoso che l'apatia, si cominciò
subito a tenere dei corsi di lingua italiana e di inglese. Un professore di scuola media
impartiva lezioni in tutte le materie di sua competenza. Io stesso ho tenuto regolarmente
conferenze su argomenti di medicina.
Con ristretti mezzi si fondò una biblioteca, nella quale si potevano avere a prestito
e gratuitamente libri adatti, più o meno, ad ogni gusto.
Degli internati dotati musicalmente formarono una piccola orchestra, composta solo di
fisarmonica e violino, che riuscì magistralmente a far superare molte ore tristi. Sovente
si combinavano dei trattenimenti serali e tornei di scacchi o campionati di bocce
Nella vita degli internati era un fattore di grande importanza la vita religiosa. E'
indicativo e caratteristico il fatto che molti, che fino ad allora avevano assunto, nei
confronti della religione, un atteggiamento indifferente o addirittura ostile, subirono
nel campo un processo di catarsi, e che, su varie ricorrenze religiose, la partecipazione
degli internati era completa. Anche qui l'avv. Carlo Alberto Viterbo era il "padre
spirituale", riunendo nella sua persona le cariche di Chazan e di Capo Spirituale. A
lui si deve se, ogni venerdì sera ed ogni ricorrenza, sono divenute anche, intimamente ed
esteriormente, delle vere festività. Lo affiancavano gli internati Jolles e Schnierer,
che furono poi assassinati. Giacomo Low, già residente a Roma, ebbe grandi meriti, come
vero Levita, nell'allestimento e nella direzione del servizio divino. Una delle più belle
stanze fu trasformata in sinagoga; con mezzi primitivi, ma in modo assai suggestivo, fu
costruita un'arca, e il campo possedeva anche una Torah. Rimarrà sempre indimenticabile
l'atmosfera solenne, la consacrazione e la semplice dignità del servizio divino nel campo
di concentramento italiano, considerando che fu celebrato in un'epoca nella quale negli
altri paesi la vita per gli ebrei era divenuta un inferno. Le funzioni ottennero il
massimo appoggio da parte della Direzione: nei giorni festivi non c'erano appelli e nei
giorni di digiuno si presero opportuni accordi con la cucina e, per Pasqua, si ebbe la
possibilità di ottenere i cibi rituali ed il pane azzimo. Anche le sere del
"Seder" erano piene di dignità e di calore. Tutti si mettevano a disposizione
quando c'era da allestire degnamente la celebrazione di una festa.
Nei campi non ci furono mai né morti né nascite.
I rapporti fra i singoli internati erano veramente molto buoni. Si deve considerare che
persone delle più disparate età e condizioni sociali, che spesso non si comprendevano
perché parlavano diverse lingue erano ammassate in uno spazio ristretto, condannate
all'inazione, tor- mentate da preoccupazioni angosciose per i loro congiunti in Germania e
per il loro stesso avvenire. Le manifestazioni d'insofferenza e della psicosi
d'internamento, si limitarono ad un minimo, ed è un titolo di vanto per gli ebrei
internati il fatto che nonostante la prigionia che durava da anni, non si giunse mai oltre
ad un litigio personale, e non ci fu nessun caso di azioni passionali o violente.
Nonostante il bisogno, molte volte strin- gente, non si registrò nessun delitto verso la
proprietà.
I rapporti con le autorità erano ottimi.
Salvo piccoli dispetti degli organi subordinati, che certamente non erano nel desiderio
delle gerarchie più alte, il trattamento fu veramente umano, e tutti i Direttori, senza
eccezioni, hanno fatto tutto il possibile per rendere sempre più sopportabile la
situazione degli internati. Non si constatò mai la minima differenza nel modo di trattare
gli ariani e gli ebrei. Il campo fu visitato periodicamente da diversi Ispettori generali,
che posero sovente domande agli internati, accolsero spesso proposte, ma in complesso non
apportarono nessuna modifica alla vita degli internati. Il Nunzio Apostolico visitò
anch'egli il campo, rivolse un caldo discorso agli internati, accolse istanze ed in alcuni
casi usò la sua alta influenza a favore degli internati. Un effetto assai deprimente fece
sugli ebrei il delegato della Croce Rossa Svizzera che tenne un contegno decisamente
negativo.
Elevata, al di sopra d'ogni lode, e degna di figurare come attestato per la bontà e
l'umanità degli italiani, era il contegno della popolazione civile, che ripetutamente
espresse il suo stupore e la sua disapprovazione per l'internamento di uomini, dovuto solo
a motivo di fede. Il contegno del clero fu espressamente volenteroso nel portare aiuto.
Nel periodo in cui il campo dipendeva solo dalle autorità italiane, lo stato d'animo
era abbastanza buono: grazie allo spirito di solidarietà ed alla profonda intima
religiosità, aleggiava un ottimismo, nutrito anche dai comunicati di Radio Londra, che
giungevano fino al campo. Il culmine delle speranze si toccò dopo il 25 Luglio 1943,
quando tutti credevano che fosse giunta la fine della dolorosa prigionia. I cittadini di
Stati nemici ed i cittadini italiani - che potevano essere considerati soltanto come
prigionieri politici lasciarono giubilanti, come liberi cittadini, il campo di
concentramento. Il piccolo gruppo di profughi era convinto che anche per loro sarebbe
giunta ben presto l'ora della libertà. Doppiamente dolorosa fu la delusione quando si
manifestò la reazione all'armistizio. La pressione minacciosa dell'occupazione tedesca,
che ogni giorno s'avvicinava maggiormente, fu il momento peggiore, l'epoca più tormentosa
della vita degli internati, che erano già abituati alla pace contemplativa del campo, e
ritenevano d'avere una specie d'appoggio morale dalla presenza di correligionari italiani
Alla metà di settembre 1943, il giorno in cui un'unità tedesca occupò l'ex campo per
prigionieri inglesi di Sforzacosta, posto a 4 Km dal nostro campo, il Direttore aprì di
sua iniziativa, e assumendo personalmente ogni responsabilità, le porte del campo e
invitò gli internati a fuggire. Sebbene questo piano fosse già stato preparato da
settimane, era condannato a naufragare, perché gli internati, senza soldi, senza
documenti e, per lo più, dotati di una insufficiente conoscenza della lingua italiana,
fuori dal campo erano assolutamente abbandonati. Solo pochissimi se ne andarono sperando
nella buona fortuna: si nascosero in cascine solitarie e sfuggirono così alla
deportazione in Polonia ed alla morte. I più invece, dopo pochi giorni, seguirono
l'invito del Direttore di tornare, completamente snervati, visto che era giunto questo
ordine dalla Questura, insieme alla tranquillizzante garanzia che gli internati civili non
avrebbero dovuto temere nulla. Seguirono poi due settimane d'ansia e di paura, fino alla
sera del 30 Settembre 1943 - era la vigilia di Rosch Maschanah - quando dei camions,
condotti da un ufficiale fascista italiano e scortati da soldati tedeschi, entrarono nel
campo per portare via gli internati. Il Direttore, che fino all'ultimo istante si volle
occupare dei suoi internati e chiese tempo per la cena e per la preparazione dei bagagli,
fu messo alla porta e minacciato d'arresto. Questo momento segnò la fine del campo di
concentramento di Urbisaglia. Il tenente ci condusse a Sforzacosta, nel vecchio campo per
prigionieri di guerra, dove restammo al comando di un ufficiale italiano. Il 23 Ottobre
questo campo fu preso in consegna da una unità tedesca. Dopo alterne vicende, come alcune
settimane di internamento libero e un nuovo internamento nella Villa Lauri (in Pollenza),
gli ex internati d'Urbisaglia furono trasportati - salvo poche eccezioni per coloro che
erano rimasti nascosti - al Campo di Fossoli (Modena) il 31.11.1943 e, dopo tre giorni, in
800 circa, furono inviati al campo d'annientamento d'Auschwitz, in Polonia. Del gruppo di
Urbisaglia, circa cento persone, io sono l'unico superstite.
Se oggi, dopo cinque anni guardo indietro, alla vita ed ai dolori nel campo di
Urbisaglia, libero da ogni genere d'inevitabile psicosi dell'internamento, giungo a questa
conclusione: i profughi ebrei debbono essere profondamente grati ai loro fratelli italiani
per il loro caldo comportamento soccorrevole, per il loro luminoso sentimento di
solidarietà e per le loro numerose manifestazioni di amore fraterno ebraico. In
principio, in tutti il senso di giustizia si ribellò quando, entrati legalmente con un
passaporto in un paese, dove si cercava un asilo e si era ottenuto un permesso di
soggiorno, solo a causa della cosiddetta "razza", furono trasportati ammanettati
in un campo di concentramento e, privati della libertà, per anni rimasero rinchiusi in un
giardino. Il comportamento umano, il trattamento uguale nei confronti degli ebrei e dei
non ebrei, le molte prove di vera umanità e di generosità, però, hanno fatto presto
considerare la propria situazione sotto un altro angolo visuale. Il comportamento di tutti
gli strati della popolazione verso gli internati dimostrò che il provvedimento
dell'internamento per motivi di fede, era disapprovato dal popolo per il suo senso di
giustizia e per la sua sincera religiosità. Citerò un discorso di uno dei Direttori del
campo in occasione degli auguri di capodanno da parte dei profughi. Egli disse: "Fino
ad oggi non potevo essere antisemita perché, oltre ad essere cattolico, non conoscevo
nessun ebreo; da quando vi conosco, però, sono filosemita."
Prima del mio soggiorno ad Urbisaglia ero stato in un campo di concentramento tedesco,
e dopo Urbisaglia fui ad Auschwitz, dove potei parlare con deportati di quasi tutti i
paesi europei e potei fare confronti sul destino e sul trattamento degli ebrei in altri
paesi. Avevo sempre presente allo spirito il campo di Urbisaglia. Il trattamento umano dei
suoi internati rimarrà sempre un attestato di lode per l'Italia e un documento della sua
nobile antica civiltà e della religiosità.
Nelle ore grigie ed oscure di Auschwitz, abbiamo sempre visto davanti a noi, come un
miraggio, il luminoso giardino d'Urbisaglia (all'Abbadia di Fiastra, N.d.R.) in Italia,
paese di sole e di buona gente.
Dr. Paul POLLAK
Consigliere Aulico Effettivo, Medico Capo della Direzione di Polizia di Vienna.