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Storia di un appuntamento mancato

CAPITOLO 11

CREPE E PUNTELLI

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 Uno specifico effetto scatenante della crisi della partitocrazia e del sommovimento elettorale del 5 aprile '92 è stato attribuito al referendum del 9 giugno 1991 sui voti di preferenza, ed all'esito di esso.

Si tratta di un'affermazione esatta, anche se occorrerebbe ridimensionarne la portata, parlando di effetto concorrente nello scatenamento della crisi e, soprattutto, occorrerebbe rettificare una serie di grossolane falsificazioni sul significato e sugli effetti reali dell'abrogazione delle parti della legge elettorale sottoposta a referendum, con la riduzione ad una sola delle preferenze che possono essere espresse dall'elettore tra i candidati nella lista prescelta per la Camera dei Deputati.

Quel referendum fu presentato come una scelta offerta all'elettorato contro la corruzione elettorale, il clientelismo e (questo non poteva mancare) contro gli inquinamenti mafiosi della politica.

La realtà era ed è ben diversa e si può dire che, se questo referendum ha avuto effetti positivi, quanto meno come mezzo di scardinamento di strumenti perversi di un sistema marcio, li ha avuti per altre ragioni e giungendo a risultati che non è arbitrario considerare opposti agli intendimenti di partenza dei suoi primi e più convinti sostenitori, cioè i comunisti del PDS.

Il referendum sulle preferenze era stato introdotto in un "pacchetto" di referendum sulle leggi elettorali tendenti a trasformazioni in senso uninominalistico. Si trattava di una iniziativa tutt'altro che unanimemente apprezzata dagli stessi promotori dei referendum. Calderisi, presidente del gruppo parlamentare Federalista Europeo (ex radicale), principale animatore ed organizzatore dell'iniziativa, era scettico, se non nettamente contrario, all'aggiunta di un referendum per arrivare alla preferenza unica, sostenuto dal PDS e da Segni.

I comunisti erano sempre stati contrari al voto di preferenza nel sistema di votazione per liste con la proporzionale. L'abolizione del voto di preferenza, in realtà, avrebbe comportato una trasformazione del sistema elettorale in senso smaccatamente partitocratico, perché avrebbe privato gli elettori di qualsiasi potere di scelta tra i candidati del partito preferito, lasciando a quest'ultimo tutto il potere di scelta dei deputati da mandare in Parlamento nel numero determinato dal voto degli elettori. La preferenza unica era perciò una soluzione di compromesso.

Le sentenze della Corte Costituzionale che avevano dichiarato inammissibili gli altri referendum per i quali erano state raccolte le firme, avevano lasciato in piedi solo quello sulle preferenze, caricandolo così di un significato e di un ruolo che altrimenti difficilmente avrebbe potuto assumere.

La prima conseguenza dell'ammissione di tale referendum fu quella di mettere all'ordine del giorno la questione della riforma elettorale. Era, almeno potenzialmente, il classico "dito nell'ingranaggio", che rischiava di portare all'approvazione di una legge elettorale fatta su misura per le forze politiche maggiori e per i partiti tradizionali, per sbarrare il passo a forze politiche emergenti. Tipica espressione di questi intendimenti fu la proposta di legge avanzata dal PSI, che, se approvata, avrebbe potuto impedire l'elezione anche di un solo deputato della Lega. Con il solito pretesto di "scongiurare" il referendum avrebbe potuto essere affrontata la discussione di un progetto, magari di segno opposto a quello proprio del referendum ammesso e di quelli rimasti in panchina.

Ma, se grossi interessi comuni ad arrivare ad una soluzione del genere potevano esistere tra le grandi e meno grandi forze politiche, le divergenze sui modi di realizzarla e su questioni di dettaglio erano così radicate da rendere impossibile venirne a capo in tempi brevi. Si mise mano, invece, ad alcune modifiche almeno formalmente marginali della legge elettorale (persino a quella sulle schede con i simboli dei partiti a colori!) e tra le pieghe di una di esse passò alla Camera una norma che riduceva a due, in ogni caso, i voti di preferenza, norma che avrebbe potuto, in pratica, eliminare il referendum sulla preferenza unica. Ma al Senato tale disposizione venne cancellata.

Il referendum, indipendentemente dalla portata del suo contenuto, non faceva troppa paura, almeno non tanta da rinunziare a strumenti e metodi collaudati: il mancato raggiungimento del quorum nel 1991 sui referendum "ecologici" (caccia e pesticidi) aveva fatto pensare al tramonto di tale istituto e della sua potenziale efficacia dirompente. Fu, per chi aveva puntato su tale via per "disinnescare" la "trappola" referendaria, un grave errore: le condizioni erano del tutto diverse rispetto a quelle createsi per i referendum dell'anno precedente.

Dopo le elezioni del 5 aprile '92, anche un ex fedelissimo, oramai "ribelle", di Andreotti, Sbardella, rimproverò aspramente il Presidente del Consiglio per non aver voluto arrivare allo scioglimento delle Camere nella primavera del '91, così da far rinviare il referendum.

Le critiche di Sbardella avevano il sapore acido del senno di poi, ma è difficile dire se, dal punto di vista della Democrazia Cristiana e dei partiti del regime, non aver tenuto le elezioni nella primavera del 1991 sia stato veramente un errore che abbia concorso ad aggravare le perdite di voti. E' difficile pure stabilire se e quanto il referendum, il suo risultato e la conseguente limitazione delle preferenze ad una sola, siano stati di per se produttivi di un tale effetto. Accanto a talune conseguenze più facilmente avvertibili, la novità della preferenza unica ha fatto sviluppare la convinzione che oramai vi era da attendersi un rinnovamento dei partiti con la scomparsa di fenomeni degenerativi clientelari e di legami con le lobbies e con ambienti mafiosi, legami, questi ultimi, rappresentati come l'aspetto più rilevante, se non l'unico, della degenerazione e della corruzione politica. Ciò non può non considerarsi una prospettiva di autorigenerazione del sistema o, quanto meno, dei partiti che gli danno vita, senza bisogno della ricerca di una alterativa al loro esterno. Mario Segni, un po' troppo disinvoltamente definito da certi giornali "mister referendum", ha certamente portato o conservato più voti al suo partito, la Democrazia Cristiana, ed agli altri partiti tradizionali, di quanti possa avesse fatti perdere la massiccia, ma scarsamente concludente e male orientata, espressione di volontà di cambiamento, che l'esito del referendum aveva lasciato intravedere.

Che poi la preferenza unica avesse di per sé gli effetti benefici che le furono attribuiti durante la campagna per il referendum è certamente una valutazione erronea, se non una autentica mistificazione.

Anzitutto è certo che la preferenza unica schiaccia e vanifica, più ancora di quanto già non lo fosse stato, il voto di opinione per candidati anche prestigiosi. Ma soprattutto la preferenza unica porta ad una chiusura ancor più ferrea delle clientele, ognuna in concorso ed in lotta con le altre e tutte in lotta contro il voto "libero", di opinione.

Questi aspetti negativi della preferenza unica hanno avuto espressione anche nella cresciuta entità delle spese elettorali, che non sarà certo riscontrabile attraverso le dichiarazioni che ogni eletto deve effettuare dopo le elezioni, obbligo addirittura sbeffeggiato dalla gran parte dei parlamentari con dichiarazioni la cui falsità nessuno si preoccupa di denunziare. Ma l'entità delle spese dei candidati nelle ultime elezioni politiche è stata sotto gli occhi di tutti, o almeno di quanti non li hanno voluti chiudere.

L'effetto di "chiusura" delle clientele e di accentuazione del loro peso sul risultato elettorale si è fatto sentire soprattutto nel Sud, proprio là, cioè, dove si diceva che la preferenza unica avrebbe dovuto spiegare con maggiore intensità la sua efficacia moralizzatrice.

E mentre, proprio in occasione del referendum, oltre che prima e dopo di esso, si è molto calcata la mano sull'identificazione tra infiltrazioni mafiose e corruzione politica e viceversa, si dovrebbe invece tener presente che con la preferenza unica sarebbe assai meno difficile ad un clan mafioso eleggere un deputato di quanto non lo fosse con il sistema delle preferenza plurima.

Detto tutto ciò, e di fronte alla constatazione che la preferenza unica non aveva e non ha alcuna efficacia purificatrice dei regime e della partitocrazia, si deve prendere atto che, specie in quelle regioni dove le Leghe hanno decurtato la forza dei partiti tradizionali, la preferenza unica ha operato all'interno di questi ultimi ulteriori sconvolgimento. Proprio il carattere più genuinamente e strettamente clientelare del voto di preferenza unico ha fatto perdere ai personaggi più prestigiosi, ai leaders nazionali e locali dei partiti, ogni efficacia trainante nei confronti di altri candidati pure sostenuti dal partito o dalla corrente.

Nel sistema "tutti contro tutti" la stessa influenza del partito nel convogliare le preferenze è assai diminuita ed in qualche modo la funzione del partito ne è risultata scossa ed incrinata. Questo, naturalmente dove i partiti non si identificavano del tutto con le clientele dei loro esponenti.

Quale potrebbe essere l'effetto della preferenza unica nei tempi lunghi potrà essere discusso, ma difficilmente potrà essere constatato, se è vero che il sistema elettorale attuale è destinato ad essere interamente sostituito e che la stessa proporzionale potrebbe aver fatto il suo tempo. Un'attenta analisi del voto del 5 aprile '92 potrebbe tuttavia fornire dati assai interessanti sull'assetto politico e sociale del paese e quindi sulle prospettive che al Paese si offrono.

Quel che è certo è che la preferenza unica ha avuto effetti diversi al Nord ed al Sud, allargando il solco che divide oramai le connotazioni politiche e quello delle rappresentanze parlamentari delle due parti d'Italia. Ed anche questo è un dato di fatto che dà la misura di quanto sia ardua, se non addirittura chimerica, la strada del cambiamento della classe politica e dei costume politico ed amministrativo che si vorrebbe far passare attraverso le riforme istituzionali e delle leggi elettorali.

Che abbia avuto ragione o abbia invece avuto torto Sbardella a rimproverare Andreotti per il mancato scioglimento delle Camere nella primavera del 1991 e quali che possano essere considerate le cause scatenanti della crisi dei partiti del regime, è certo che, proprio di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate, l'ambiente politico e giornalistico cominciò a rendersi conto del pericolo di una disfatta elettorale.

Il fenomeno della Lega Lombarda. contrariamente alle previsioni (o, forse semplicemente, alle speranze) non si era affatto sgonfiato e vari sintomi lasciavano anzi intravedere una sua espansione in tutto il Nord e magari anche al Centro.

Il panico non risparmiava nessuno dei partiti tradizionali, anche quelli che poi non sono stati penalizzati dal voto dei 5 aprile.

Per la prima volta tutti assieme i partiti si trovavano a dover temere il peggio nella prova elettorale oramai imminente o non lontana.

Proprio questo dava alle previsioni il senso di una incombente crisi di regime.

Il superamento della crisi di primavera e l'allontanarsi dello spettro delle elezioni anticipate, fu salutato con un sospiro di sollievo da un po' tutti i parlamentari del Nord e non solo da quelli del Nord.

Significava prendere tempo, guadagnare tempo o perdere tempo, comunque allontanare l'amaro calice di quella che sembrava delinearsi una resa dei conti con una opinione pubblica manifestamente insofferente ed ostile.

Il lungo braccio di ferro con il presidente Cossiga, che aveva minacciato lo scioglimento delle Camere, per di più mettendolo più o meno apertamente in relazione al mancato avvio delle riforme istituzionali, aveva dato a quella resa dei conti connotati più netti, con la sensazione che di essa fosse stata predisposta una regia e che fosse pronto chi dovesse coglierne il risultato.

E' difficile dare una risposta all'interrogativo se vi fu, invece, e chi fu a dar mano ad un progetto organico perché il tempo, per i partiti tradizionali, fosse realmente guadagnato e non semplicemente perduto. Forse parlare di piano è improprio ed esagerato. Certo, contromisure ne furono prese, più o meno efficaci e più o meno originali. A frenare gli effetti della crisi dei partiti intervennero anche fattori dei quali sarà comunque difficile stabilire se e quanto siano stati frutto di un'azione politica intenzionalmente diretta a tal fine.

Bossi, prima e dopo il 5 aprile, denunciò il moltiplicarsi delle liste con la denominazione "lega" come una manovra in danno della sua formazione politica. In realtà erano in molti a ritenere che oramai bastasse usare il termine "lega" invece che "partito" per ottenere il più ampio e facile successo. Ma è pur vero che qualche manovra diretta ad incrementare iniziative più o meno velleitarie, oltre che a promuovere e sponsorizzare scissioni nelle leghe federate, vi fu, anche se non è facile dire se e quanto il Ministero dell'interno vi abbia partecipato.

Un'altra "contromisura" in funzione elettorale fu quella delle iniziative per "imbrigliare" Cossiga. Iniziative che andavano dalla quotidiana (a quel che si dice) paziente opera di ammorbidimento e di distensione di Forlani, agli interventi più articolati di Andreotti. alle vignette di Forattini ed ai fondi di Eugenio Scalfari, alle denunzie ed al procedimento per attentato alla Costituzione.

Quale sia stato l'effetto reale di tanto adoperarsi intorno a Cossiga è anch'essa cosa non facile da valutare, così come non è facile stabilire quale, tra queste iniziative, abbia avuto la voluta influenza o, invece, abbia sortito magari quella opposta sugli atteggiamento assunti dal Presidente.

Certo è che questi, durante la campagna elettorale moderò sensibilmente le sue esternazioni ed anzi, con qualche sua uscita, come quelle durante la sua permanenza a Napoli con le sue apparizioni in pubblico con il ministro Scotti, uno dei personaggi dei grandi gruppi di potere napoletani, sembrò voler dare una mano proprio a dei tipici personaggi del regime.

Un discorso a parte merita il "diversivo mafia" cui si fece ricorso senza risparmio nell'anno precedente alle elezioni, cercando di utilizzare allo stesso tempo la paura e l'indignazione per il fenomeno mafioso e camorristico e la tesi della necessità di una sorta di "unità nazionale" antimafia.

Allo stesso tempo si cercava di dar soddisfazione, mediante provvedimenti legislativi sempre più drastici e di eccezione, alla domanda istintiva di linciaggio e di reazione sommaria espressa dalle folle, dando pure ascolto ad un certo atteggiamento antimeridionale serpeggiante nelle zone più "ribelli" alla partitocrazia, che aveva rappresentato la base di partenza del fenomeno leghista.

Allo stesso tempo, attraverso i provvedimenti eccezionali, ed in particolare quello sullo scioglimento dei consigli comunali sospetti di infiltrazioni o "condizionamenti" mafiosi, veniva posto in essere uno strumento di dissuasione e di repressione contro la creazione di aggregazioni locali non controllate dai partiti tradizionali e che di essi non fossero espressione, suscettibili di creare una qualche base di formazioni nuove, capaci di esprimere in qualche modo il dissenso e la protesta antiregime.

Proprio l'utilizzazione dello strumento "antimafia" e del diversivo da esso rappresentato, porta a considerare le diversificazioni che tuttavia si manifestarono tra le varie forze politiche, gruppi di potere ed organi di informazione in quest'opera di "restauro pre-elettorale" dell'immagine del regime e dei partiti tradizionali.

Non si deve infatti pensare che la comune preoccupazione per il lievitare di un sordo malcontento ed un dissenso ed una protesta sempre più evidenti avessero cancellato contrasti, rivalità ed emulazione. La solidarietà, per quanto avvertita come necessaria, non faceva certamente venir meno la speranza che il prezzo di una disfatta del regime e della partitocrazia fosse pagato dagli altri e che anzi qualche vantaggio potesse essere tratto dai guai altrui e da quelli che altrimenti avrebbero potuto essere comuni.

Certo è però, che tutte le polemiche tra i partiti durante la campagna elettorale ebbero toni del tutto particolari. Un che di artificioso, una sorta di giuoco delle parti in cui ciascuno sembrava sforzarsi, magari senza troppa convinzione, non tanto di essere e rappresentare qualcosa, quanto di "non essere come tutti gli altri".

Così l'avvio del procedimento di accusa contro Cossiga diede modo a liberali e missini di sottolineare di "essere quelli del presidente", contrari ad ogni censura nei suoi confronti ed ai democristiani di dimostrare che al Presidente era necessaria la loro solidarietà di fronte agli attacchi più pericolosi di cui era oggetto e che quindi, tutto sommato, Cossiga era pur sempre nella loro barca.

Ma l'appiattimento dei dibattito politico, accentuato da una sorta di censura rispetto alle Leghe, e l'omologazione degli argomenti, delle tesi e dello stesso linguaggio dei partiti tradizionali si espresse soprattutto nell'accettazione di una sorta di piattaforma comune, quella del "cambiamento", vecchio cavallo di battaglia della politica italiana, che in quelle contingenze diveniva però non solo più insistente e generalizzato, ma più specificamente mirato al cambiamento delle istituzioni, alla riforma della Costituzione. In sostanza un po' tutti i partiti si offrivano per far piazza pulita del sistema, come se il sistema politico non fossero essi stessi e come se il degrado della vita politica, contro cui montava il dissenso e la protesta, fosse previsto e imposto dalla Costituzione e dalle leggi che essi si offrivano di riformare.

La partitocrazia, attraverso questa tipica espressione della sua vocazione trasformista e consociativa, si accingeva ad aggrapparsi ancora una volta ad un altro pilastro della sua essenza e del suo metodo: quello consistente nella capacità della DC e del suo contorno di presentarsi anche come l'opposizione a se stessa e di assicurarsi la successione a se stessa, magari con l'espediente di qualche cooptazione. Quanto è avvenuto e sta avvenendo dopo le elezioni del 5 aprile, dimostra che la partitocrazia, pur in difficoltà, vuole tener fede almeno a questa promessa elettorale.


CR Critica Radicale - 16/03/13 - E-mail: info@eclettico.org